Diana De Filpo

Serva di Dio Suor Diana de Filpo (1677–1722)

Origini, famiglia, primi segni

Diana de Filpo nasce a Cassano (Calabria Citeriore) il 28 agosto 1677, in un ambiente cittadino vivace, a ridosso del tardo Seicento e delle turbolenze che attraversano il Regno di Napoli. I genitori sono il dottor Marcello de Filpo, medico stimato, e Anna Castellano; la famiglia è tra le più in vista della città e unisce “più che ordinaria bontà” a un esercizio serio della pietà cristiana, in particolare nella madre, assidua ai sacramenti e alle pratiche di orazione e digiuno.

Le fonti agiografiche locali fissano con colore simbolico la sua nascita: nella notte tra il 27 e il 28 agosto una fiammata luminosa avrebbe rischiarato la casa dei de Filpo e l’intero vicinato, prodigio interpretato come presagio della luce di santità che la neonata avrebbe diffuso nella Chiesa. Il racconto, pur con il linguaggio dell’epoca, è importante per capire come la memoria collettiva della città abbia associato alla sua figura l’idea di uno splendore interiore, capace di «illustrare il mondo» con il raggio delle virtù.

Giovanissima, Diana cresce in una casa dove la fede è “latte” quotidiano: i genitori intendono farne una “vera serva di Dio” sin dall’infanzia. Le notizie tramandate riferiscono anche un episodio legato al 1683: la fanciulla, poco più che bambina, prega e digiuna con insistenza, alternando lacrime e timore, quindi – alla notizia della liberazione di Vienna dai Turchi – si fa raggiante; i testimoni leggeranno retrospettivamente in quel comportamento un’intuizione spirituale degli eventi e la precoce inclinazione di Diana a portare in preghiera la storia.

La chiamata e la “via minima”: una vocazione segnata da san Francesco di Paola

Nell’adolescenza e prima giovinezza, mentre a Cassano convivono diversi ordini religiosi, matura in Diana il proposito di lasciare l’abito secolare. La svolta è narrata con tratti vivi: in orazione le appare san Francesco di Paola, che la invita a preferire «l’abito della mia Religione, sotto il vessillo della Carità» e le ordina di parlarne ai genitori. Il Santo aggiunge una promessa concreta: quando l’Ordine dei Minimi sarà introdotto a Cassano, Diana verrà ricevuta senza indugio nel Terz’Ordine, farà professione e «dopo due anni chiuderà gli occhi in pace».

La città, però, non ha ancora una presenza stabile dei Minimi. Diana compie ugualmente un gesto pubblico: al compimento dei ventun anni veste privatamente l’abito di terziaria “in attesa” che la parola del Santo si realizzi. Passano vent’anni. Quando infine i Minimi arrivano in città e prendono una casa vicino alla sua, Diana si presenta nella chiesa di Santa Maria dei Suffragi per sottomettersi alla direzione del Vicario, p. Isidoro Lattaro, e chiedere formalmente l’ingresso nel Terz’Ordine. La data è precisa: 10 febbraio 1719, alle ore 16, davanti a molti concittadini, è ammessa come Terziaria dei Minimi; è la prima a Cassano – la “primogenita” – e il suo esempio trascina altre donne, quindi sacerdoti e uomini, attratti dalla sua composta modestia e dalla forza persuasiva delle parole.

Compiuto l’anno di prova, l’11 febbraio 1720, nella chiesa di san Francesco di Paola, fa la professione solenne nelle mani del Vicario fra Domenico da Castrovillari, suo direttore spirituale: secondo i presenti, il volto le si illumina mentre Cristo le porge la corona sponsale; allora pronuncia la frase che riassume il suo orizzonte: «Adesso sì, mio Signore, la voglio più che mai da sola a sola con la vostra Maestà divina».  

In questo biennio conclusivo, Diana vive come in convento pur restando in casa: preghiera prolungata, adorazione eucaristica, devozione mariana, venerazione degli angeli e dei santi – in particolare san Giuseppe e il suo “Santo Padre” san Francesco di Paola -, Rosario (spesso offerto per le anime del Purgatorio), obbedienza e carità attiva. La sua figura definisce una forma di “monaca di casa”: la cella è il cuore, la regola è il Vangelo vissuto “in piccolo”, l’apostolato è la prossimità ai poveri e agli ammalati, anche affetti da morbi che altri rifiutano di assistere.

Un’ascesi concreta: penitenza, virtù, lotta interiore

Le fonti concordano nel presentare un’ascesi sobria ma vera: cilicio, digiuni, disciplina e “altri strumenti” di penitenza, sempre nascosti; in casa si trovano persino segni delle sue pratiche sotto il materasso. Non è una spettacolarizzazione della mortificazione, ma la scelta di “vincere le passioni” restando unificata in Cristo. La sua vita è descritta come un perenne esercizio di affinamento della fede, di amore a Dio «sopra ogni cosa creata», di speranza “carissima” e di carità così ardente da diffondere attorno a lei quasi un “profumo” spirituale. Dal punto di vista delle virtù cardinali, spiccano tra le altre la temperanza esercitata in modo “eminentemente eroico” come dominio delle passioni alla luce della ragione e dello Spirito.

Questo “profilo di virtù” si intreccia con un discernimento paziente, guidato da fra Domenico da Castrovillarianche a distanza (con lettere da Fiumefreddo nel 1720–1721), e segnato da un desiderio esplicito di conformazione alla Passione del Signore. Lo stesso fra Domenico, allontanato e poi richiamato, è – secondo promessa di Diana – presente al suo transito; morirà pochi mesi dopo e verrà sepolto vicino a lei, come a suggellare una paternità spirituale che continua oltre la morte.

La carità che nutre e moltiplica: segni in vita

La carità di Diana non è soltanto affetto spirituale: si traduce in gesti quotidiani di accoglienza e cura. Le fonti ricordano episodi semplici e “culinari” che, nella logica evangelica, rivelano provvidenza e sovrabbondanza: frittelle (“zerpole” o “crispelle”) offerte a una donna di servizio che la saziano per due giorni; una piccola fetta di pane che appaga la fame ben oltre il normale; e soprattutto la farina e il miele che, impastati per confezionare mostaccioli da regalare a fra Domenico in partenza, riempiono “quattro tavole grandi” senza esaurirsi. Si tratta di segni che la tradizione locale legge come conferma celeste di una carità operosa e nascosta.

La discrezione non impedisce che la sua fama di santità si diffonda ben oltre Cassano, già in vita e sempre più dopo la morte. Un ruolo simbolico ebbe anche l’immagine incisa di suor Diana fatta realizzare da fra Domenico: la semplice ostensione dell’effigie—dicono gli atti—accompagna conversioni, guarigioni e persino, in un caso, la cessazione improvvisa di una tempesta.

La Passione e il “transito”: 22 maggio 1722

Dopo Pasqua 1722 le forze declinano rapidamente. Il 10 aprile prega ininterrottamente per ottenere “una buona morte”; il 16 maggio si confessa e chiede il Viatico per la domenica nell’Ottava dell’Ascensione. Nel ricevere l’Eucaristia, dice di sentir la sua anima “staccarsi dal corpo” e volare al Cielo. Muore al tramonto del 22 maggio 1722(venerdì), a 44 anni, 8 mesi e 25 giorni, durante il pontificato di Innocenzo XIII; in diocesi è vescovo mons. Nicola Rocco, che proprio quella mattina inaugura la Cattedrale ricostruita dopo l’incendio del 1705. Diana viene sepolta, come desiderava, nella chiesa del suo “Santo Padre” san Francesco di Paola.

Il contesto civile e nobiliare – ricordano le cronache – vede in quei giorni anche il matrimonio del duca Giuseppe Maria Serra da cui nascerà Laura, futura duchessa e fondatrice di Lauropoli: a lei il primo biografo, dott. Antonio Arangi, dedicherà la Vita di suor Diana. La memoria della “monaca di casa” si intreccia così con la storia culturale e religiosa del territorio.

Fama “post mortem”: grazie, guarigioni, 580 attestazioni (1725–1727)

Nei tre anni successivi alla morte (1725–1727) si raccoglie un numero imponente di attestazioni pubbliche: 580, secondo il biografo settecentesco – provenienti da Cosenza, Paola e da molte altre città della Calabria e del Regno; alcune vanno oltre, verso Sicilia e Venezia. Al sepolcro di Diana si registra un pellegrinaggio continuo di devoti che rendono grazie e chiedono aiuto, nonostante—nota con rammarico. Arangi – «alla sua sepoltura non vi sia segno alcuno di culto e venerazione».

Gli Atti documentano un campionario vario: conversioni, liberazioni da ossessioni, guarigioni “istantanee” o progressive di malattie oculari, febbri maligne, fistole croniche, ernie “strozzate”, reumatismi acuti, perfino il recupero della favella in una giovane nata muta e la liberazione di alcune persone da forme di maligno. Spesso la mediazione è un pezzetto dell’abito o del velo di suor Diana “applicato” con fede; altre volte è un sogno in cui appare il suo volto luminoso ad annunciare una guarigione o a richiamare alla preghiera.

Le liste di nomi, luoghi e date, con notai e religiosi che testimoniano, danno l’idea della capillarità della devozione: da Cosenza a Fuscaldo, da Paola a Pedace, da Rovito a Maratea, i casi si moltiplicano. Il corpus include storie singolari: un giovane libertino che si ravvede dopo che lo zio gli pone in tasca, di nascosto, un pezzetto dell’abito di Diana; o la guarigione di mal caduco e di cecità con l’applicazione del velo; o ancora la liberazione da tumori e febbri con segni visibili e “oggetti” espulsi durante gli esorcismi.

 L’iter delle carte: processi, sospensioni, riprese (1734–1972)

La causa conosce avvii e soste. Una tradizione ricorda un avvio nel 1734, una ripresa nel 1749 e nuove interruzioni dovute a circostanze storiche; nonostante la fama, tutto rimane incompiuto per due secoli. Nel 1972 la Sacra Congregazione per le Cause dei Santi autorizza la consegna a Roma degli Atti del Processo Ordinario Diocesano e della biografia per la riproduzione e la conservazione: esistono lettere ufficiali e decreti che documentano il trasferimento e la restituzione delle carte. È una tappa importante per riaprire il percorso con criteri moderni.

Intanto, la memoria cittadina attraversa vicende complesse. Tra il 1957 e il 1958, durante i lavori nella chiesa di san Francesco di Paola, il corpo di Diana – non riconosciuto con certezza, benché una lapide recasse il nome – viene deposto nella fossa comune del cimitero con altre salme, tra cui quella di fra Domenico. Più tardi, come segno civile, l’8 giugno 1976 la giunta municipale dedica a Diana una strada del centro; e il 9 luglio 2009 rientra a Cassano il ritratto a olio della Venerabile, donato al Museo Diocesano: piccoli ma eloquenti gesti di restituzione della memoria.

Profilo spirituale: il “cuore ardente” in tre parole-chiave

  1. a) Carità. Diana è carità operosa: nutre, cura, visita. Non arretra davanti a malattie “ripugnanti”, si fa prossima con tenerezza e fermezza. La carità è “profumo” che impregna la casa e la città, è pane e miele che non si esauriscono; è la scelta di far della propria abitazione uno spazio di accoglienza e di preghiera. Il suo metodo è quello dei Minimi: abbassarsi, servire, rimanere piccoli per lasciare spazio all’opera di Dio.
  2. b) Perseveranza (speranza). La virtù che le è “carissima” è la speranza: la sua costanza nelle prove fisiche, la fedeltà al voto e alla regola “minima”, l’adesione quotidiana alla Croce raccontano una fiducia che non vacilla. Anche il lungo intervallo—vent’anni tra l’ispirazione giovanile e l’ingresso ufficiale nel Terz’Ordine—mostra una creativa pazienza nel tenere la rotta.

Umiltà “minima”.

Diana rifugge i palcoscenici. La sua umiltà non è posa, ma cifra: il servizio silenzioso, la penitenza nascosta, la povertà reale (fino a spogliarsi di ornamenti e beni), l’obbedienza pronta ai direttori spirituali, il desiderio di essere “da sola a sola” con il Signore. Il piccolo è lo stile, la sobrietà il linguaggio, la mitezza la forza.

Una sintesi teologica delle virtù

Se si volesse rileggere Diana con le lenti classiche, si direbbe che in lei le teologali (fede, speranza, carità) e le cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) si incrociano in una unità di vita. La fede plasma il giudizio, la speranza sostiene nelle notti, la carità “fa inventare” vie di prossimità; la prudenza regola l’agire, la giustiziariconosce i diritti dei poveri, la fortezza sostiene la malattia e l’ascesi, la temperanza custodisce il cuore per Dio. Tale coesione permette a Diana di attraversare sofferenze prolungate con letizia e di offrire una testimonianza che la città percepisce come trasparente.

Eredità e attualità

La vicenda di Diana non finisce né con il 22 maggio 1722 né con il deposito delle carte in Curia o a Roma. Il cartiglio latino sull’effigie incisa da fra Domenico la definisce “Terziaria primogenita della Provincia Citeriore di Calabria” e il testo come un piccolo “elogio” – accende in poche righe il suo ritratto: avere disprezzato tutto fuorché Dio, aver rinunciato a nulla per Cristo, essersi offerta invitta a Cristo crocifisso, ferita d’amore. Sono parole antiche, ma non obsolete, e restituiscono l’essenziale: un’esistenza che ha riconosciuto il primato di Dio e ha amato fino al dono.

Per la Chiesa locale la sua figura resta “segno”: testimonia che la santità può fiorire in casa, nell’ordinarietà del quotidiano; che una piccola città del Sud può generare grandi icone di carità; che l’umiltà è via maestra. Anche gli intoppi del processo e la dispersione materiale delle reliquie insegnano qualcosa: la santità non dipende dalla visibilità, né dall’oggetto di culto; nasce e resta nella memoria viva del Popolo di Dio e nel bene che continua a circolare, anche a distanza di secoli.

Conclusione

Suor Diana de Filpo incarna una santità “minima” e domestica: una donna di città, figlia di buona famiglia, che sceglie la via bassa del servizio, dell’obbedienza e della carità concreta; un’esistenza semplice e radicale, capace di far convergere ascesi e tenerezza, contemplazione e pane quotidiano, discrezione e forza. La “primogenita” terziaria dei Minimi in Calabria Citeriore non lasciò trattati, ma un alfabeto pratico di santità: pregare, servire, sperare, amare. La Chiesa locale ha custodito questo alfabeto attraverso biografie, processi, immagini, strade e musei; ma la traccia più eloquente resta quella lasciata nei cuori, dove la sua figura continua a richiamare all’essenziale: Dio solo e i poveri per la via della carità.

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