Pio Dellepiane

 Ven. Padre Pio Dellepiane

Le radici di una chiamata
Pio Natale Edoardo Dellepiane nacque a Genova-Marassi il 4 gennaio 1904. Era il terzogenito di una famiglia numerosa, cresciuto in un contesto popolare ma solido nei valori. Suo padre, anch’egli di nome Pio, era un commerciante instancabile che manteneva la famiglia grazie all’attività di produzione di pasta fresca. La madre, Carmela D’Angelo, donna dal carattere forte e deciso, segnò profondamente la sua infanzia. Educatrice severa, ma anche catechista appassionata, trasmise ai figli una fede radicata e viva, nutrita dalla frequentazione della parrocchia di Santa Margherita Vergine e Martire.
Fu proprio in quell’ambiente parrocchiale che i piccoli Dellepiane incontrarono i Padri Minimi e la spiritualità di san Francesco di Paola. Edoardo, che in famiglia veniva chiamato con questo nome per distinguerlo dal padre, rimase particolarmente attratto da quella forma di vita austera e radicale. A colpirlo fu soprattutto la testimonianza e l’apostolato di padre Paolo Rapa, che divenne per lui guida spirituale e punto di riferimento sicuro.
Sin dall’infanzia mostrò un’indole religiosa profonda e una certa creatività nell’esprimere la sua fede. In cantina aveva allestito un piccolo altare e coinvolgeva i fratelli più piccoli in liturgie improvvisate, utilizzando vecchi abiti come paramenti. Questi gesti, che agli occhi di un estraneo potevano sembrare semplici giochi infantili, rivelavano invece la profondità di un cuore già orientato al sacro. La madre lo incoraggiava e non ostacolava queste inclinazioni, intuendo che dietro quel fervore poteva esserci una vera vocazione.
Tuttavia, quando Edoardo manifestò con chiarezza il desiderio di entrare nell’Ordine dei Minimi, la famiglia si spaccò, e la resistenza maggiore venne proprio dalla madre. Carmela temeva per la salute fragile del figlio: per tre anni aveva sofferto di gravi problemi broncopolmonari, tanto da ottenere l’esonero dal servizio militare. Una vita religiosa segnata da penitenze, digiuni e austerità sembrava incompatibile con la sua gracile costituzione. Il suo timore era realistico: i Minimi, oltre ai voti comuni, professano anche un quarto voto, quello di vita quaresimale perpetua, che implica astensione dalla carne e un regime penitenziale continuo.
In questo conflitto familiare si giocò il primo vero discernimento di Edoardo: la fedeltà a una chiamata che chiedeva di andare oltre le paure umane e i limiti fisici.

Il sì che costa lacrime
Il contrasto con la madre segnò un passaggio doloroso, ma fondamentale, nel cammino di Edoardo. Padre Paolo Rapa, con paterna saggezza, lo incoraggiava a perseverare: “Con l’aiuto del Signore vinceremo tutto: i tuoi genitori benediranno Dio che fa loro questa grazia”. Quelle parole diventarono sostegno nelle lotte interiori e nelle resistenze esterne.
Il 13 ottobre 1924 Edoardo, ormai deciso, lasciò la casa di famiglia accompagnato dal padre per entrare nel monastero di Rimini. La madre reagì con violenza: la sorella Emilia ricorda che gli corse dietro lanciandogli dei sassi, gesto che esprimeva la disperazione per un figlio che si allontanava verso una strada da lei non compresa. Col tempo, i rapporti si ricomposero, ma quell’episodio restò impresso nella memoria del giovane frate come monito a non sprecare le lacrime di sua madre.
Durante il noviziato, Pio scrisse di sé in terza persona, raccontando la vicenda di un giovane ostacolato dalla madre nel suo desiderio di vita claustrale. Nel racconto emerge un sogno: trovarsi al giudizio finale tra i reprobi e sentirsi rimproverato dalla madre per aver reso vano il suo sacrificio. Quel sogno lo scosse profondamente e lo riportò al fervore iniziale, confermandolo nella vocazione.
La scelta di Edoardo fu dunque un sì che passò attraverso incomprensioni, lacrime e sofferenze, ma che si radicò nella convinzione profonda che solo nel totale dono a Dio avrebbe trovato salvezza e pienezza.

Formatore e servo della misericordia
Dopo gli anni di formazione, Edoardo – che ormai aveva assunto il nome religioso di padre Pio – fu ordinato sacerdote nel 1930 nella cattedrale di San Lorenzo a Genova. La sua famiglia religiosa lo destinò subito alla cura dei giovani in formazione, dapprima come vice maestro dei probandi e poi come maestro a Rimini. Questo compito, delicato e impegnativo, richiedeva equilibrio, prudenza e capacità di discernimento.
Nonostante la giovane età, padre Pio si dimostrò guida saggia, capace di accompagnare i primi passi di chi si affacciava alla vita religiosa. Parallelamente, si dedicava instancabilmente al ministero delle confessioni e alla direzione spirituale dei fedeli. Già allora emerse un tratto caratteristico della sua missione: la capacità di toccare i cuori più induriti nel sacramento della riconciliazione.
La sua vita fu segnata da continui spostamenti, segno di una obbedienza totale ai superiori. Dal 1933 al 1947 visse a Roma, presso il santuario di Sant’Andrea delle Fratte, dove operò come viceparroco accanto a padre Rapa. Successivamente fu inviato a Rimini, poi a Montefiore Conca, a Massalubrense e di nuovo a Roma. Ovunque portava con sé uno stile sobrio, austero e fedele alla Regola, evitando persino di pernottare in casa dei parenti per rimanere coerente al suo voto di povertà.
Il suo ministero sacerdotale si caratterizzò per discrezione e perseveranza: non cercava visibilità, ma si spendeva nelle piccole fedeltà quotidiane, che alla lunga plasmarono in lui una santità silenziosa ma feconda.

La discrezione della santità
Padre Alfredo Bellantonio, suo biografo, parlò di lui come di una “santità in punta di piede”. Non amava mettersi in mostra, non era un predicatore brillante, ma colpiva per il sorriso semplice e per lo sguardo limpido. Il medico che lo curò nell’ultima malattia lo descrisse come uomo dall’equilibrio costante, trasparente negli occhi sereni che riflettevano un’anima innamorata di Dio e della Madonna.
Negli anni Sessanta intrecciò un legame profondo con san Pio da Pietrelcina, che lo stimava a tal punto da indirizzare a lui alcuni penitenti. Padre Pio di Pietrelcina lo chiamava con affetto “Dellevette” o “Altepiane”, riconoscendo in lui una levatura spirituale particolare. Alcuni confratelli, al primo incontro, lo giudicavano fragile e timido, quasi un passerotto, ma poi scoprivano in lui delicatezza materna, signorilità nobile e carità senza confini.
Era un uomo dalla vita interiore intensa: preghiera silenziosa, penitenza, osservanza fedele della Regola, uniti a una straordinaria disponibilità verso i più deboli. Anche nella malattia non smise di testimoniare un’unione profonda con Dio, trasformando il dolore in offerta e intercessione.

Il carisma minimo incarnato
Padre Pio Dellepiane incarnò in modo esemplare lo spirito dell’Ordine dei Minimi, fondato da san Francesco di Paola. La sua vita fu segnata dall’obbedienza, dalla povertà, dalla castità e dalla vita quaresimale perpetua.
Testimoni e parenti ricordano la sua radicalità nella penitenza: digiuni frequenti, notti passate dormendo a terra, rinunce quotidiane offerte per la conversione dei peccatori. Quando gli veniva segnalato un’anima difficile da avvicinare, passava la notte in preghiera per ottenere grazia e luce.
La carità fu la cifra più evidente della sua vita: aiutava i poveri sacrificando il proprio cibo e i propri vestiti. I confratelli spesso dovevano vigilare affinché non desse via anche il necessario per vivere. In tempo di guerra non esitava a privarsi di tutto per soccorrere chi era nel bisogno.
Il motto dei Minimi, Charitas, si fece carne nella sua esistenza: un amore che si traduceva in gesti concreti, silenziosi, ma eloquenti, capaci di rivelare il volto misericordioso di Dio.

Il crocifisso nella fragilità
Gli ultimi anni della vita di padre Pio furono segnati dalla malattia e dalla sofferenza. Trasferito a Roma, nella comunità di Santa Maria della Luce, si trovò a guidare un convento considerato difficile. Nel frattempo, l’ipertensione minò gravemente la sua salute, fino a provocargli un ictus che lo rese progressivamente immobile.
Alla sofferenza fisica si aggiunse quella spirituale: incomprensioni tra confratelli e familiari lo misero in una situazione dolorosa. Alcuni lo accusarono persino di aver abbandonato il convento quando, in realtà, fu la sorella a portarlo a casa per garantirgli cure adeguate. Il padre generale dell’Ordine, Andrea Lia, cercò di mediare e volle stargli vicino negli ultimi giorni, per non fargli sentire il peso del distacco dalla comunità religiosa.
Nonostante le tensioni e la malattia, padre Pio continuò a esercitare il suo apostolato: confessava, ascoltava, celebrava la Messa anche da seduto, e soprattutto offriva le sue sofferenze per amore di Cristo.
Il suo testamento spirituale è racchiuso in un testo che riecheggia il Magnificat: un inno di ringraziamento per i doni ricevuti, per la grazia del sacerdozio, per la vita religiosa vissuta come figlio di san Francesco di Paola. Concludeva con le parole del Nunc dimittis: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace”.
Morì il 12 dicembre 1976, fra le braccia di padre Andrea Lia, consegnando la sua vita come un’offerta silenziosa, consumata nella fedeltà fino alla fine.

Un’eredità di luce
La figura di padre Pio Dellepiane rimane come testimonianza di una santità sobria e discreta, capace di mostrare la forza della grazia nella debolezza umana. Non cercò mai clamore, ma lasciò un segno profondo in chi lo conobbe.
I suoi figli spirituali ricordano in lui doni mistici come il discernimento degli spiriti, la scrutazione dei cuori, la bilocazione, e segni visibili come le stimmate invisibili e il profumo soave emanato dal suo corpo. Ma al di là di questi aspetti straordinari, la sua vera eredità resta la fedeltà quotidiana, il servizio umile, la carità senza misura.
Fu davvero un figlio degno di san Francesco di Paola, incarnando il carisma minimo nel nostro tempo. La sua vita è un invito a vivere la fede con radicalità e semplicità, ricordando che la santità non è fatta di gesti eclatanti, ma di un amore che si consuma giorno dopo giorno nel silenzio e nella fedeltà.

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